Traduciamo ora, a pezzi, un lungo articolo del pro di mtt Bond18 apparso sul forum di 2+2.
Pochissime persone rimarranno sorprese nel sapere che coloro i quali raggiungono il massimo talento in un certo ambito sono quelli che si esercitano di più ed impiegano il loro tempo nel modo più efficiente. Non è un segreto che per eccellere in qualcosa bisogna farlo in enorme volume, con ripetitività e frequenza, in particolare se si tratta di un campo dove i vostri concorrenti faranno lo stesso. Il poker è esattamente un ambito di questo tipo, nel quale è difficile rimanere tra i migliori perché ci impone un conflitto tra la ricerca dell'eccellenza all'interno del gioco e quella delle passioni fuori da esso, che contribuiscono a renderci persone più complete. In più, una parte dei nostri avversari non avrà molti interessi fuori del gioco, e potrà per questo dedicarvisi con un fervore difficile da emulare per quelli di noi che hanno più obblighi.
Ciò di cui molti rimangono all'oscuro è il loro potenziale. Supponiamo generalmente di essere dotati per natura verso certe attività, e crediamo che la nostra capacità di impararne altre sia limitata dai geni, dalle risorse, dal tempo, dalle opportunità o dalla nostra stessa apatia. Come risultato di anni di condizionamento sociale abbiamo instillate nelle nostre personalità quelle che sono conosciute come “credenze limitanti”: idee su quello che siamo e non siamo in grado di fare basate sulle nostre esperienze, su quello che la società ci ha detto o insegnato, e sullo scambio di idee con i nostri colleghi ed i nostri cari. Le credenze limitanti sono particolarmente restrittive per chi non ha già ottenuto qualche successo da cui prendere ispirazione: se non hai mai avuto successo in un certo campo, cosa ti fa pensare che ne avrai mai altrove? Spesso riteniamo di essere capaci di fare quello che facciamo al momento, e forse un po' di più, e pochi di noi hanno la fiducia in se stessi, l'ambizione o la pura audacia necessarie per raggiungere, in qualche campo, l'élite, ancora più se si tratta di un campo fortemente competitivo. La verità, però, è che avete un serbatoio quasi inesauribile di possibilità e potenzialità. Negli ultimi anni ho osservato le mie stesse credenze limitanti venire distrutte talmente tante volte che ora capisco che quasi niente è impossibile.
Naturalmente tutto ciò deve rimanere all'interno della realtà. Sono un venticinquenne alto 6'1”, e per quanto lo volessi e mi esercitassi non sarei mai in grado di diventare un centrista dell'NBA. Quello che potrei, però, è diventare incredibilmente forte nel basket, se ne avessi l'inclinazione, benché non abbia quasi nessun talento per questo sport. La maggior parte delle persone presuppongono un grado eccessivo di correlazione tra talento e successo, ma in realtà la nostra percezione del talento naturale è spesso esagerata, quando non pura illusione. Il punto davvero importante è l'esercizio – ore su ore di esercizio. Scrive Malcom Gladwell nel suo capolavoro Outliers:
Per quasi una generazione, gli psicologi di tutto il mondo hanno dibattuto una questione che molti di noi avevano considerato chiusa anni fa: esiste il talento innato? La risposta ovvia è sì. Non tutti i giocatori di hockey nati in gennaio diventano professionisti. Capita solo ad alcuni – quelli col talento innato. I risultati vengono dal talento unito alla preparazione. Il problema con questa visione è che più gli psicologi studiano le carriere dei dotati, minore appare il ruolo del talento e maggiore quello della preparazione.
La prima prova per l'argomento del talento è uno studio portato nei primi anni '90 dallo psicologo K. Anders Ericsson e due colleghi all'accademia d'élite della musica di Berlino. Con l'aiuto dei professori dell'accademia, hanno diviso i violinisti della scuola in tre gruppi. Nel primo gruppo c'erano le stelle, quelli con potenziale per diventare i migliori al mondo. Nel secondo c'erano quelli semplicemente “bravi”. Nel terzo, infine, quelli che difficilmente sarebbero diventati musicisti professionisti, e che avevano intenzione di diventare insegnanti di musica. A tutti è stata posta la stessa domanda: nel corso della tua carriera, da quando hai preso per la prima volta in mano un violino, quante ore di esercizio hai fatto?
Tutti, in tutti e tre i gruppi, avevano cominciato a suonare più o meno alla stessa età, intorno ai cinque anni. Nei primi anni tutti si esercitavano sulle due o tre ore a settimana. Ma intorno agli otto anni cominciavano ad emergere le vere differenze. Quelli che poi sarebbero diventati i migliori della classe hanno cominciato ad esercitarsi più di tutti gli altri: sei ore alla settimana a nove anni, otto a dodici, sedici a quattordici, e via via sempre di più finché a vent'anni si esercitavano – suonavano cioè il loro strumento con l'unico obbiettivo di diventare sempre migliori – ben più di trenta ore alla settimana. In effetti, all'età di vent'anni i violinisti “d'élite” avevano totalizzato più di diecimila ore di esercizio. Il secondo gruppo era sulle ottomila, ed il terzo poco più di quattromila.
Quello che colpisce nello studio di Ericsson è che non si è trovato nessun musicista “naturale” che galleggiasse senza sforzo tra i migliori esercitandosi molto meno di loro, né, specularmente, alcuno sfortunato che, pur sforzandosi più di tutti gli altri, non avesse quello che serviva per arrivare al massimo. La ricerca suggerisce che una volta che un musicista è abbastanza capace da entrare in una scuola di musica, quello che fa la differenza è quanto si esercita. È così. E,inoltre, i migliori dei migliori non si limitano a lavorare più, né molto di più. Lavorano molto, molto di più.
L'idea che l'eccellenza in un compito complesso richieda un minimo di esercizio è emersa molte altre volte negli studi al riguardo. I ricercatori, in effetti, si sono accordati su quello che credano sia il numero magico per essere davvero capaci: diecimila ore.
O, come l'ha messa il grande delle musica Charlie Parker: “impara alla perfezione il tuo strumento, impara alla perfezione la musica, poi dimentica tutte queste stronzate e suona”. Il compito diventa quindi trovare la motivazione per sciropparsi tanta ripetitività, sviluppare la disciplina necessaria, e cercare i metodi migliori per rendere il nostro tempo il più efficiente possibile. Il tempo è la vostra più preziosa ed importante risorsa. Ci ho messo anni per sviluppare la mia disposizione mentale tranquilla ed indulgente, ma l'unica cosa che mi dà ancora del fastidio è avere qualcuno che mi fa perdere tempo, perché so quanto prezioso è, e so che non lo recupererò mai.
Continua. Pezzo segnalato dall'utente Kyoden. Fonte:http://forumserver.twoplustwo.com/showpost.php?p=20034710&postcount=1
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