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Filippo Candio: ‘Mi manchera’ tantissimo il main Wsop, il torneo della mia vita’

Una ‘giustificazione’ firmata e sottoscritta e ci mancherebbe altro. Tra pochi giorni nasce il tanto atteso primo genito di Filippo Candio e della splendida moglie Daniela Garau. E l’unico a raggiungere il final table del main event delle World Series Of Poker non volerà a Las Vegas quest’anno, proprio per l’arrivo del piccolo Candio.

E ieri sera su Radio PokerClub, Claudio Mariani ha intervistato l’unico November Niner d’Italia.

 

Ti mancherà Vegas quest’anno? “Mi mancherà il main event tantissimo. L’ho giocato tre volte e tre volte sono stato chip leader e quest’anno non ci sarò. Credo di essere stato top 10 dei primi due giorni. E’ un torneo che sento abbastanza mio”.

Per quale motivo? C’è qualcosa di particolare che ti avvicina a quel mitico evento? “Ho forse più facilità nel valutarlo come un evento semplice e non quello della vita. Alcuni lo valutano come un evento che ha quasi del mistico e le scelte fatte sono quasi sempre più sofferte di uno come me. Io lo valuto per quello che è: un gioco, un torneo di poker. Effettuare scelte aggressivissime nei primi giorni conta tanto. Nessuno vuole uscire dal main nelle prime quattro ore ed è su questo fattore che molti giocano questo evento”.

Com’è il field? Sembra esserci davvero di tutto e di più: “Riassume in se tutti i tornei di poker esistenti. Nei primi giorni il livello è abbordabile, nel post bolla il livello cresce visto che la bad money è stata eliminata. Gli ultimi due giorni, invece, è il torneo più difficile del mondo”.

Adrenalina, paura di sbagliare, emozione, quali sensazioni si provano? “All’inizio si è un pò scarey money e per molti è sempre la prima volta, un evento raro da giocare. Pensare che comunque che quel torneo si gioca una sola volta all’anno pesa molto più di altri elementi. Alcune scelte sono solo dettate dal timore e si preferisce fare un fold invece di un raise o un call. Alla fine devi essere lucido perché tutti perdono lucidità in maniera devastante. Specie i più grandi. I principianti la vivono meglio perché la posizione che conquisterà è comunque ottima. Il grande pro potrebbe non accontentarsi del 18esimo posto dove orientativamente si vincono 400mila dollari. Una volta che sei arrivato così avanti ti giochi sponsor, carriera, soldi e il titolo. Uscire 13esimi è una tragedia perché non ti ricapiterà mai un’opportunità del genere. Per questo il pro ha più difficoltà a tenere la concentrazione. Il giocatore uscito 10imo nel 2010 era un grosso imprenditore non gli importavano molto i soldi, uno che giocò poi il Million One Drop. Lui voleva vincere al di là della cifra e aveva una serenità pazzesca. Gli altri tutti molto tesi e a rischio tilt: Mizrachi compreso”.

Quando senti nominare le World Series che suggestioni hai a distanza di 3 anni? “E’ bello, senza dubbio. Negli ultimi giorni a 16 players left al Rio non c’è più nessuno dopo giorni di migliaia di presenze. Quando attraversi il corridoio per arrivare ai tavoli ci sono gli schermini con le info sui tornei e tutti recitavano il chip leader Filippo Candio da Cagliari e gli altri da Las Vegas o chissà quale altra città. Ero ancora più giovane e la cosa mi faceva impazzire”.

Sei anche un discreto talent scout? Facciamo qualche nome, Bendinelli, Amatruda..Che consigli daresti a questi pro in volo per Las Vegas: “Credo di essere una via di passaggio per tanti giocatori forti che in un momento di crisi anche di sponsor notevoli, hanno bisogno di un supporto. Sono loro che mi aiutano, comunque. Io, da amico e giocatore, cerco di metterli nelle migliori condizioni per fare il loro lavoro. Bendinelli? Ha un grande talento ma parla un pò troppo (scherza Candio, ndr). Lui parla tanto perché il suo focus è sulla sua grande passione che è il poker. Per migliorare è importante anche questo.

Daniele Amatruda è un professionista già affermato e ci siamo rincontrati ora perché mi sta dando una mano importante nel mio progetto. Cosa gli dirò per le Wsop? Mettersi nelle migliori condizioni per non temere la sconfitta quanto la vittoria. Quello che frena molti giocatori è la paura di andare a Las Vegas e mettere in ballo troppo e tornare in difficoltà. I professionisti hanno la paura di vincere. Un principiante nel singolo caso ha la mente a giocare con qualche rischio in più mentre il professionista gioca con razionalità.

Perché sono arrivato quarto al main Wsop? Perché ho approcciato con una tecnica razionale e professionistica. Il vero connubio può incarnarsi in Jason Mercier. La mentalità del principiante non va mai persa e in un finale di un torneo non bisogna farsi condizionare dall’idea malsana che arrivare terzi o quarti significa vincere. Perché non è così”.  

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