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La fuga dei poker grinders online: ecco come funziona davvero la residenza fiscale

Una volta c’era la fuga dei cervelli, anzi c’è ancora. Oggi c’è la fuga delle aziende che vanno a caccia non di paradisi fiscali ma di qualche punto percentuale di tasse in meno solo per sopravvivere, mica per guadagnare di più. Già da qualche anno, ma con una particolare accelerazione negli ultimi mesi, si è palesato il fenomeno della fuga dei grinders di poker online.

Sarebbero, per chi ci legge e non lo sapesse, quei giocatori che ormai hanno fatto del poker la loro professione e che giocano su tanti tavoli contemporaneamente sia cash game che tornei, per lunghe sessioni giornaliere. Il loro profit arriva proprio da questo, la loro edge deriva principalmente dalle capacità di gestire tantissime situazioni insieme. Così riscono ad abbattere la cosiddetta varianza statistica, il nemico numero uno per i giocatori di poker.

 

Ma cosa succede se vengono a mancare i tavoli, se i sit and go non si aprono più con la frequenza necessaria, se i tornei sono sempre meno popolati e se i tavoli cash ai livelli più alti sono praticamente vuoti? Semplice, ci si sposta sul caro e vecchio ‘punto com’ dove la liquidità è sempre stata la forza delle room più importanti. Con l’avvento delle legislazioni nazionali gli steccati hanno generato un mercato che era destinato ad erodersi e ripiegare su stesso. E’ andata così anche se in Italia gioco c’è ancora, specie rispetto alla vicina Francia che vede cadere le proprie room come mosche.

I grinders hanno deciso da tempo. Voliamo a Malta, spostiamoci in Svizzera, al massimo in Slovenia. Tutti posti decisamente ‘cheap’ dal punto di vista delle tasse. Tutte location da dove si può giocare ovunque dal pc di casa e dove non si corrono rischi di ghigliottine fiscali se si vince un torneo su PokerStars.com.  

Nella rivista di novembre di Gioconews abbiamo trattato, grazie all’aiuto di alcuni esperti legali fiscalisti, la questione approfondendo la reale valenza della residenza fiscale. Ecco cosa bisogna sapere. 

 

La residenza fiscale, cosa significa, come funziona davvero

Ai sensi dell’art. 2, comma 2, del TUIR “Ai fini delle imposte sui redditi si considerano residenti le persone che per la maggior parte del periodo d’imposta sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente o hanno nel territorio dello Stato il domicilio o la residenza ai sensi del codice civile”.

Se il trasferimento viene operato verso un Paese a fiscalità privilegiata, l’onere di provare l’effettività del trasferimento incombe sul contribuente.

Infatti, per il trasferiscono della residenza in “Paradisi fiscali” si applica, il comma 2-bis del citato art. 2 del TUIR, in base al quale: “Si considerano altresì residenti, salvo prova contraria, i cittadini italiani cancellati dalle anagrafi della popolazione residente residenti e trasferiti in Stati o territori diversi da quelli individuati con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, da pubblicare nella Gazzetta Ufficiale”.

La giurisprudenza ha chiarito che deve considerarsi fiscalmente residente in Italia il contribuente che, pur avendo spostato all’estero la propria residenza anagrafica nonché il centro dei suoi interessi sociali e personali, mantenga legami economici prevalenti in Italia.

In altre parole, anche la presenza di interessi economici consente di individuare il “centro degli interessi vitali” e assume rilevanza ai fini fiscali.

 

Ciò è stato sostenuto dalla Commissione Tributaria Regionale della Liguria, con la sentenza n. 87 depositata il 13 luglio 2012, pronunciata in merito all’attuale tema dell’individuazione della residenza fiscale per i soggetti iscritti all’AIRE, ed in particolare per tutti coloro che si sono stabiliti nei Paesi “a fiscalità privilegiata”.

 

Nel caso specifico, il contribuente ha dimostrato di aver trasferito la propria residenza anagrafica nel Principato di Monaco, dapprima affermando di essere iscritto all’AIRE, poi attraverso la produzione di documenti relativi ad utilizzo di conti correnti, immatricolazione di automobili, utenze, onorificenze ricevute che dimostravano la sua effettiva presenza nel territorio monegasco.

 

I giudice liguri, se da un lato hanno accettato la formale residenza anagrafica monegasca, dall’altro non hanno ritenuto sufficientemente provato che il “centro di interessi vitali” del soggetto dovesse essere ritenuto il Principato, e ciò alla luce del fatto che, dagli atti, emergeva come i suoi interessi economici prevalenti fossero localizzati in Italia.

 

La sentenza della CTR di Geova si inserisce in un filone giurisprudenziale consolidato anche in sede di legittimità, e sostenuto anche dalla prevalente dottrina.

 

In sintesi, secondo l’impostazione prevalente:

 

la cancellazione dall’anagrafe di un Comune dello Stato italiano e l’iscrizione all’AIRE, di per sé, non sono sufficienti ad escludere la residenza o il domicilio in Italia;

ai fini della prova dell’effettivo trasferimento all’estero, e a maggior ragione per vincere la presunzione ex art. 2 comma 2-bis del TUIR in caso di Paesi “black list”, occorre provare, con ogni mezzo, che all’estero sia stato stabilito il proprio centro di interessi e relazioni sociali, familiari ed economiche.

Il punto di maggiore rilievo della sentenza in commento risiede non tanto nell’aver sottolineato la necessità di provare un effettivo trasferimento degli interessi, quanto nell’aver adottato una particolare interpretazione del concetto di “centro di interessi vitali”.

La Commissione scinde la suindicata espressione, distinguendo gli interessi sociali e personali da quelli economici, considerando questi ultimi come quelli rilevanti ai fini fiscali.

 

Il criterio del “centro di interessi vitali” sembra sia stato inteso nel senso che, ai fini della determinazione della residenza fiscale, occorre aver riguardo al Paese dove, in base alle prove addotte, risulta vi siano redditi tali da dimostrare la prevalenza degli interessi.

È noto come non sia semplice per il contribuente vincere le numerose presunzioni che la legge tributaria prevede a favore dell’Amministrazione finanziaria, inclusa quella de qua, relativa alla prova dell’effettivo trasferimento in un Paese a fiscalità privilegiata.

Sicuramente, non può negarsi come il concetto di residenza fiscale sia un fatto giuridico la cui determinazione non può ritenersi assolutamente certa, in quanto in gran parte legata alla forza dimostrativa delle prove prodotte nonché ai criteri dell’organo giudicante nel ponderare le stesse.

 

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