Il gioco è vietato ai minori di anni 18.
Giocare troppo può causare dipendenza patologica.

Noi, Adinolfi, il poker, la politica e i media generalisti: c’è ancora tanto da fare!

Bisogna essere onesti e obiettivi: se qualche volta Super Marione Adinolfi la fa un po’ fuori dal vaso (vedi la querelle scatenatasi sulle sue dichiarazioni dopo l’addio di Dario Minieri al suo storico sponsor) rimane una delle poche voci in grado di fare capolino sui media generalisti e parlare di poker in un certo modo. 

 

Ci riferiamo all’uscita di ieri, a pagina 2, su Il Fatto Quotidiano che ha pubblicato un’intervista proprio a Mario Adinolfi tutta intrecciata nel rapporto metaforico tra politica e poker: “Lo considero un bel passo in avanti per lo sdoganamento culturale del gioco visto anche l’uso di molti termini “tecnici” all’interno del pezzo”, c’ha commentato Adinolfi.
E in effetti ci vengono in mente i pezzi che troviamo spesso in giro per il web sui giornali stranieri, soprattutto sulle testate americane. Il poker è nei gangli della cultura americana come lo è in quella italiana con l’unica differenza che, da tantissimi anni, negli Usa si è scrollato di dosso quel retaggio negativo che lo accompagna in Italia. E, siamo ancora molto onesti e obiettivi, se affermiamo che noi media di settore pensavamo di aver fatto tanto dal 2008 in poi (anno del primo shuffle up and deal online) per sdoganare questo settore per poi ritrovarci più tra aule di tribunali e mazzate mediatiche che a giocare serenamente nei circoli di tutta Italia. Noi di Gioconews, il sottoscritto, qualche piccolo merito se lo vuole prendere se in questi anni siamo riusciti a pubblicare ottime diapositive di poker su Sette del Corriere della Sera, sulle pagine de Il Giornale e in tantissimi altri portali generalisti o di settore offrendo consulenze ad altri colleghi, fornendo contenuti e materiale positivo e propositivo a tantissime testate e uffici stampa.
Ma non apriamo cartelle infinite di file e rimaniamo sul tema di questo editoriale che da il benvenuto a questa nuova settimana di poker scritto e giocato. Finalmente anche in Italia sbarca questa modalità di lettura della politica attraverso il gioco. Un modo come un altro, in effetti, per far digerire all’opinione pubblica termini, modi, usi e costumi che non rappresentano il male incurabile della società ma, anzi, possono darci una mano anche nella vita di tutti i giorni. In Usa scrivono di Obama che rilancia, di politici che vanno all in, di bluff e partite di poker tra Putin e chissà qualche altro magnate o capo di Stato. Allora vediamo che effetto fa se uno come Adinolfi, indiscutibilmente un’ottima penna e un comunicatore nato, si cimenta nell’analisi pokeristica dei ‘politici/players’ Renzi, Letta, Napolitano e Grillo.

PARTITA A POKER: ENRICO E’ ACCORTO, MATTEO UN MANIAC AGGRESSIVE
Intervista a Mario Adinolfi del Fatto Quotidiano (di Tommaso Rodano)

“Per Renzi e Letta si avvicina lo showdown: il momento di mostrare le carte che hanno in mano”. La fase politica si presta a un paragone con il tavolo verde e la persona giusta per spiegare la partita a carta tra i due toscani è Mario Adinolfi: giornalista, ex deputato del Pd di scuola democristiana come i duellanti (che conosce bene) e professionista di texas hold’em, variante “texana” del poker tradizionale.

Che pokeristi sono Renzi e Letta?
Sono molto diversi. Nel lessico del poker sportivo, il premier si definisce un giocatore “tight”. Uno prudente, accorto, che gioca di rimessa. Renzi è il contrario. Mi pare un tipico “manica aggressive”. Sempre all’attacco: punta all’aggressione di ogni singola mano, di ogni piatto. Questo tipo di giocatore rischia tanto: può vincere molto, ma perdere tutto all’improvviso.

Pare sia arrivato il momento della verità, in cui si fanno vedere le carte. Chi ha il punto migliore?
Tutte le partite finiscono, non possono essere eterne. L’inerzia in questo momento è a favore di Renzi. Mi sembra difficile che Letta possa resistere nella sua posizione. Ma non bisogna mai pensare che un giocatore sia morto solo perché gioca poche mani. Credo comunque che la prevalenza di uno non escluda l’altro: ci può essere anche una sorta di diarchia. Con Letta un po’ defilato, in Europa, con un ruolo “alla Monti”.

Pensa a un cambio della guardia a Palazzo Chigi?
Credo che per Renzi sarebbe un errore accettare di diventare premier senza passare per le elezioni. Ma qui entra in campo un altro giocatore fondamentale: Giorgio Napolitano. Quello di Renzi e Letta non è un heads up, una sfida a due. Ci sono altri attori importanti.

Qual è il ruolo di Napolitano?
Il capo dello Stato ha un potere fondamentale. Restando nella metafora pokeristica, si definisce blocking bet: fare puntate d’anticipo che servono a fermare le giocate degli altri. Se Napolitano ritiene che non si debba andare ad elezioni, Renzi rischia di rimanere bloccato. A quel punto o va a uno scontro duro con il presidente della Repubblica oppure è costretto ad accettare l’incarico.

Che altri giocatori ci sono?
E’ un tavolo a sei. Ci sono Berlusconi e Grillo. Poi Alfano insieme ai partiti piccoli, tra cui metto anche la minoranza di Cuperlo. Anche loro hanno qualche fiches da giocar: la partita è la riforma elettorale. Possono ancora fermarla. Si possono aggrappare all’emendamento Lauricella, che lega l’Italicum alla riforma del Senato.

Berlusconi come lo vede?
E’ uno straordinario bluffer. Lo dico in senso positivo: nel poker – come in politica – per riuscire a bluffare serve un’abilità straordinaria. Lui in questa fase non ha buone carte (la condanna, il partito da reinventare, la mancanza di un leader alternativo, l’espulsione dal Senato) ma rimane sempre un avversario pericolosissimo.

E Grillo?
E’ un altro giocatore forte. Renzi non deve sottovalutarlo né demonizzarlo. Commetterebbe un errore imperdonabile.

La posta in palio è altissima: l’Italia. Chi si prende il “piatto”?
Non sono un osservatore imparziale, faccio il tifo per Matteo

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