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Giocare troppo può causare dipendenza patologica.

Quattro giorni con Phil Ivey – 1/4

Il giornalista dell’ESPN Chad Millman ha passato quattro giorni e tre notti in giro per il mondo con Phil Ivey, e ne ha poi scritto in un articolo uscito sull’ultimo numero della rivista ESPN The Magazine. Lo traduciamo per i lettori di Continuation Bet.

 

Phil Ivey è il miglior giocatore di poker del mondo. Questo è un fatto, indiscusso da chiunque verrebbe considerato il migliore se non fosse per lui. Ed i giocatori di poker, o almeno i migliori fra loro, spiegano il loro successo con la capacità di vivere il momento. Che mossa richiede la situazione? Vedi. Passa. Punta. Lascia. Non possono considerare i limiti o le conseguenze. La mossa migliore è la mossa migliore, ed ogni decisione rivela una verità sul giocatore che la fa. “È per questo che questo gioco è il migliore”, dice Ivey, “Ogni giorno in cui gioco imparo, sul gioco e su me stesso.” Dato che i giocatori vivono il momento, e che il trentaduenne Phil Ivey è il migliore giocatore del mondo, ne segue che Ivey è il migliore a vivere il momento. Sono andato a dimostrarlo.

La rivista mi aveva chiesto di sbirciare nella vita di Ivey nell’attesa del tavolo finale delle WSOP. Un giorno ho ricevuto una telefonata dal suo manager, Chris “Gotti” Lorenzo, meglio conosciuto come co-fondatore, assieme al fratello Irv, dell’etichetta hip hop The Inc. “Domani Phil andrà col suo jet da Los Angeles al Connecticut, poi a Montreal e poi in Autria, per scommettere un po’. Dammi il tuo numero di passaporto se puoi venire.” L’ho fatto.

Nove settembre, 8:35 pm, Grand Pequot Tower al Foxwoods Casino, Mashantucket, Connecticut.

Sì, Phil Ivey è un professionista del poker, ma chiamarlo così limita lo scopo del suo gioco. Sarebbe come dire che Jay Z è solo un rapper. Ivey è un giocatore a tutto tondo, un uomo con i nervi ed il bisogno di scommettere cifre oscene sul poker, sullo sport, sui dadi o sul suo stesso giocare a golf. Il tipo di persona la cui reputazione lo precede dovunque vada.

Appena ha saputo che Ivey stava arrivando, Allen Samuels, un esecutivo del Foxwood il cui compito è fare felici le “balene”, ha cominciato a preparare la suite a due piani Mashantucket, con tanto di aragosta su piatto d’argento, caminetto acceso e fiori a non finire. “Non si può pagare per stare qua”, spiega Samuels. “È riservato ai nostri clienti più speciali.” Come Ivey. Alle 8:35 la limousine fornita da Foxwood lo porta all’hotel. Lo attendono tre facchini, un maggiordomo, e Samuels, tutti sorridenti e con le mani incrociate davanti a se. Imparerò presto che questo succede spesso quando Ivey arriva ad un casinò. Samuels gli stringe la mano e gli dice, “Abbiamo un posto pronto.” “Andiamo.” Non è qua per giocare a poker. Questo è l’inizio di quello che Lorenzo chiama un “dice tour”. Craps, dadi. I più grossi non giocano nella sala principale del casinò, ma in stanze private, lontano dai piccoli scommettitori. Quindi Ivey cammina verso l’ascensore. È alto quasi un metro e novanta e si muove lentamente, un po’ impettito. Nella sua “gambling suite”, un tavolo per i dadi è allestito da uno stickman che controlla i dadi, un paio di dealer che maneggiano le chips, ed un supervisore. Seguo Ivey, assieme a Lorenzo e due produttori TV di E:60. “Qualcuno vuole del vino?”, chiede Ivey?. Poi, al cameriere, “Per favore, ci porti la miglior bottiglia della casa”, e sorride. La stanza si prepara. Ivey prende un paio di dadi e li lancia disinvolto, come ferri di cavallo in grandi ar

chi. Rotolano sul tavolo. Il gioco è iniziato.

Così funziona nei film: un gentiluomo elegante si china sul tavolo, il mucchio di chip più alto, donne ben vestite svengono, alcuni osservatori urlano e parecchi drink vengono rovesciati. La tensione è palpabile. Così funzione nella vita reale: silenzio, come se si fosse in una biblioteca. Le chip tintinnano, i dadi colpiscono il feltro morbido, lo stickman annuncia i punti, e tutti rimangono molto silenziosi. “È una cosa seria”, mi aveva avvertito Lorenzo, “sono soldi veri.” Davvero, lo sono. Ivey fa un sei e punta $50k sul sei. Fa un nove e punta $40k sul nove. Poi fa un sette, e le chip spariscono. Tocca a Lorenzo. Fa un nove, e Ivey ci punta $40k. Un quattro: $30k sul quattro. E così via. Vince, vince, perde.

Le sue chip crescono lentamente, ma che vinca o perda la sua espressione rimane uguale, una versione più calda dell’animazione sospesa. Lontano dal tavolo il suo tono tipico è il sarcasmo, seguito da un veloce e largo sorriso, per farti capire che sta scherzando. Gli piace prosciugare gli amici, e gli piace venir prosciugato. Ma la sua faccia al gioco non lascia spazio ad analisi. Passa oltre, dice, non c’è niente da vedere qua. È una buona caratteristica per un giocatore di poker. Coi dadi però non funziona così facilmente. Dopo venticinque minuti fa un altro sette e si stufa. “Basta così, andiamo via.” Sono le 9:05. Ivey è sopra di $185k. Mentre se ne sta andando, il cameriere arriva con il vino, un Chateau Latour del 1986. Costo: $2.100. Ce la portiamo con noi.

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