Il gioco è vietato ai minori di anni 18.
Giocare troppo può causare dipendenza patologica.

Quattro giorni con Phil Ivey – 2/4

9 settembre, 11:45 pm, Groton-New London Airport, Groton, Connecticut.

A quanto pare, volare da Vegas a Los Angeles al Connecticut, subito prima di chiedere un’autorizzazione per il Canada solleva delle obiezioni. Ed è per questo che al momento, invece di essere in volo verso Montreal, siamo in un hangar pieno di jet privati, mentre ci perquisiscono le valige e ci riempono di domande. Mentre un agente della dogana controlla il mio necessaire, ne sento un altro che chiede ad Ivey, “Sei mai stato in Marocco?”.”Eh?”, risponde. In effetti, il poker lo ha portato in tanti posti di cui non aveva nemmeno sognato quando cresceva nel nord del New Jersey. Suo nonno Bud, che viveva nella stessa casa, gli ha insegnato a giocare. “Lo imploravo”, ricorda Ivey, “Lui barava perché non voleva incoraggiarmi.”

Era così competitivo che impazziva quando gli amici lo battevano su piatti da cento penny. Poco dopo essersi diplomato ha detto ai suoi genitori – mamma Pamela, che lavorava in un ufficio di assicurazioni ed ora vive a Las Vegas, e papà Phil Sr., un operaio edile morto nel 2005, che voleva diventare un giocatore professionista. Naturalmente, i due sono sbiancati.”Chi vorrebbe che il proprio figlio diventasse un giocatore?”, dice Pamela. “Vivere la propria vita in un casinò può portare solo al peccato.”

I suoi vedevano un potenziale di rovina dove lui vedeva opportunità. E per un po’ hanno avuto ragione. A 19 anni Phil se n’è andato ed ha trovato un lavoro come venditore in tv. Ogni fine settimana, con una carta d’identità falsa a nome Jerome, prendeva il bus e viaggiava due ore fino ad Atlantic City, per dilapidare il suo stipendio ai tavoli da poker. Ci passava così tanto tempo – fino a 18 ore al giorno – che i dealer avevano cominciato a chiamarlo “no home jerome”. Se andava al verde e perdeva l’ultimo bus, dormiva per terra. Era questo il pericolo che i suoi vedevano, e che credevano lo avrebbe riportato a casa, sperduto e senza un dollaro. Per loro, una momento come questo – aspettare in un piccolo aeroporto che il suo aereo venga autorizzato a partire – non sarebbe mai arrivato col poker. Il direttore dell’aeroporto si avvicina, in mano una rivista di poker con Ivey sulla copertina. “Immagino che non ti conoscano”, dice. “Ti seccherebbe farmi un autografo?”, Ivey prende sorridendo la penna e firma. E due ore più tardi, quando il nostro aereo è finalmente libero, prende mille dollari dal suo portafogli e lo dà a Lorenzo. “Puoi darli al direttore? Mi spiace che abbia dovuto rimanere alzato così a lungo.”

Phil Ivey sa cosa vuol dire lavorare.

10 Settembre, 12:30 pm, casinò de Montréal. “Salve, qua Phil Ivey”, dice al telefono dal retro di una limousine mandata dal Casinò. “Ho bisogno che trasferiate un milione di dollari dal mio conto, per favore.”

Non sembra rendersi conto che il resto del mondo non fa richieste del genere. “Lo so che sono molti soldi, ma mi piace scommettere. Semplicemente, ce l’ho dentro. Cerco solo di gestire bene i dadi o il blackjack. Alla fine dell’anno non voglio che i soldi che ci gioco superino quelli che vinco col poker.” Ivey non si considera un tipo da numeri: “Al livello a cui gioco, diventa più una questione psicologica che matematica.”

Ivey è ricco, che è sempre stato un obiettivo. Quando ha detto ai suoi delle sue aspirazioni pokeristiche, ha anche aggiunto che non voleva finire a lavorare 40 ore alla settimana. Voleva essere ricco. Ricco abbastanza da guidare due auto da mezzo milione di dollari, e vivere con sua moglie Lucianetta in una grande casa sui campi da golf di Las Vegas. Ricco abbastanza da volare su un jet privato, da pagare scuola e università alla sorella, da offrire al miglior offerente, ad un’asta di beneficenza a DC, un volo andata e ritorno per due a Las Vegas, con cinque notti in una suite del Bellagio e cinquemila dollari di spese. Ricco abbastanza da sgranare gli occhi quando gli chiedo di quantificarla, questa ricchezza. Dice solo, “Pago molte tasse”.

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