Il gioco è vietato ai minori di anni 18.
Giocare troppo può causare dipendenza patologica.

Quattro giorni con Phil Ivey – 3/4

E ricco abbastanza per venir accompagnato in una stanza nel retro del Casinò de Montréal, dove è allestito un tavolo da dadi con una placca col suo nome inciso sopra. Il casinò ha pagato $40k per avere il tavolo personalizzato, solo per lui.

Ivey compila un assegno da un milione e riceve una enorme pila di chips ed un paio di dadi. Lancia i dadi in alto, quasi fino alle ali della colomba dell’affresco sul soffitto. Vince, perde. Dopo qualche minuto è sotto di $360k. La stanza è silenziosa.

Tocca a Lorenzo. Fa un quattro, e Ivey punta $30k sul quattro. E comincia a vincere. Viene pagato in parecchie centinaia di migliaia di dollari alla volta, il dealer non riesce a contare abbastanza velocemente, riesco a stento a seguire l’azione. Se fossimo nella sala principale, la folla accorrerebbe esultante. Qua, solo lo stickman parla. Quando Lorenzo finalmente perde, Ivey è sopra di un milione e mezzo. Ha giocato per venti minuti.

Poi, chiede a me se voglio giocare. Non voglio, ma prima che possa parlare Lorenzo lascia il suo posto e lo stickman mi spinge un dado rosso rubino. Cerco di apparire rilassato, ma sono così teso che non riesco nemmeno a piegarmi in avanti. Faccio un sei, ed Ivey punta $50k sul sei. Nove, $40k sul nove. Quattro, dieci. Alla fine ci sono $240k delle sue chip sul tavolo. Mi sento bene, non gli sono costato. D’altra parte non l’ho ancora fatto vincere, neanche. Il prossimo tiro è per i soldi. O posso perdere tutto.

Faccio un sette. Fregato. “Ecco qua”, mormora. “Lo sapevo che eri sfortunato”. Mentre le chip spariscono, anch’io vorrei fare lo stesso. Dopo di me, Ivey gioca e perde, e Lorenzo pure. Ho ucciso il momento. “Basta così”, fa Ivey, “andiamo”. È sopra di $752k. “Niente male”, dice Lorenzo mentre usciamo, “sono quasi un milione di dollari in meno di ventiquattrore”.

10 settembre, 4:13, rue de la Montagne, Montreal.

“Ho un’idea”, dice Ivey nella limousine diretta all’aeroporto dal quale voleremo verso Salisburgo, Austria. “Andiamo ad Amsterdam”. Prende il telefono: “Ciao, sono Phil. Dovevamo andare a Salisburgo, ma potremmo cambiare ed andare ad Amsterdam?” Sta parlando con chiunque sia che gli organizza l’aereo. “Quali sono le opzioni? Dublino? Londra? Oh, e Amsterdam? Ottimo, grazie.”

Siamo in sette nell’auto. “Votiamo”. Lui sceglie Dublino perché non c’è mai stato, e così anche altri due. Io ed altri tre rimaniamo però in favore di Amsterdam. “Ok. La democrazia vince.” Richiama e conferma.

Quando riaggancia gli chiedo come facesse a sapere che ero sfortunato: “Lo vedevo. Eri teso.”

Ivey vede tic e tells che noi altri non vediamo. È uno dei suoi doni. Quando sta seduto al tavolo e non sorride, cuffie sulle orecchie, è come un cyborg che calcola le debolezze degli avversari. Mentre molti giocatori calcolano sempre le probabilità e la forza delle mani, lui non si considera un tipo da matematica. “Al livello a cui gioco diventa più una questione psicologica. Si tratta di entrare nella testa degli avversari, cercare di capire quello che voglio farti, cosa stanno dicendo e perché, e qual’è il senso dietro a tutto.”

Pensa a tutto e non fa vedere niente. “Non giochi molto d’azzardo”, mi fa durante il tragitto. “Non nei casinò. Ho paura di perdere.” “Ma, potresti vincere.”

Ivey crede nella fortuna, nella mistica dei dadi e delle carte, e nel karma della persona che lancia o gioca. A Foxwoods gli avevo chiesto perché se ne fosse andato dopo soli venti minuti, benché fosse sopra di duecentomila dollari. “Vedo quello che stanno per fare i dadi. Credo a questa sensazione. È grave?”

No, in realtà no. Ivey è un giocatore, ed i giocatori sono legati alle forze cosmiche quanto lo sono gli astronauti. Ma la sua fede nelle stelle scompare quando si tratta di poker, che sostiene non essere per niente un gioco di fortuna. E potrebbe aver ragione. La scorsa primavera due ricercatori dell’università di Amburgo hanno pubblicato uno studio che lo conferma. Ingo Fiedler e Jan-Philipp Rock hanno studiato milioni di mani di texas hold’em giocate online da 51761 giocatori. Hanno scoperto che i risultati di un giocatore medio tra quelli che perdono molto non migliorano dopo mille mani, a causa di una carenza di abilità più che della casualità del gioco. Un  giocatore è la sua capacità di imparare, non le sue carte. “Il punto non è se è un gioco di abilità o no”, hanno concluso i ricercatori, “ma quando lo diventa, un gioco di abilità.”

La più grande sfida al bankroll di Ivey, quindi, non sarà mai la sfortuna, ma il ragazzo online diciotto ore al giorno, che mano dopo mano dopo mano mira a diventare il prossimo Phil Ivey.

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